Analizziamo la definizione di paesaggio.
Nell’ Enciclopedia Italiana Treccani si legge: “Veduta, panorama; parte del territorio (campestre o montuoso) che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato e che suscita in chi lo contempla particolari impressioni, o si distingue per speciali caratteristiche: un p. squallido, melanconico, ridente, pittoresco; p. invernale, desertico; dalla finestra si vede un p. incantevole; fermarsi ad ammirare il paesaggio. […] ”
Sul De Mauro: “Aspetto di un luogo, di un territorio quando lo si abbraccia con lo sguardo: p. pittoresco, ridente, triste”.
Insomma secondo la definizione ufficiale sembra proprio che il paesaggio sia un oggetto bidimensionale. Non c’è verso di percepirlo in altro modo.
Ma a me questa cosa turba profondamente.
L’architettura e la progettazione più in generale devono avvalersi di una definizione “ufficiosa” che supera e ingloba la prima senza rinnegarla proprio come l’architettura contemporanea ha superato, inglobato, ma mai rinnegato i maestri della modernità.
Il paesaggio in pittura e in fotografia è una cosa, ma quello relativo alla progettazione del territorio -che sia paesaggio naturalistico o paesaggio urbano - è tutta un’altra cosa! Esso nasce, vive, muta, muore, rinasce, e soprattutto interagisce con il fruitore. È un insieme di oggetti tridimensionali dei quali solo l’immagine è bidimensionale. Perché, come insegna qualunque progettista del paesaggio, esso non ha alcun senso senza il punto di vista, cioè senza l’osservatore.
Banalizzando la questione, se fossimo dei turisti a Roma e facessimo una passeggiata per Via dei Fori Imperiali o comprassimo una cartolina che li raffigura, non saremmo in entrambi i casi dei fruitori del paesaggio? Certamente sì; ma mentre nel secondo caso ci limitiamo a guardare una immagine, nel secondo interagiamo con il luogo.
Dunque se per la pittura e la fotografia adottiamo la definizione di p. 45 secondo la quale “l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno per pensare il paesaggio è la sua immagine” perché esso “è figura”, per la progettazione del territorio dovremmo forse adottarne un’altra, in cui l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno per pensare il paesaggio è il suo osservatore, o meglio, il suo fruitore, che rende ancora di più l’idea di qualcosa di interagente.
Se la chiave della progettazione contemporanea è proprio l’interattività, la possibilità di infiniti collegamenti “a rete” e la coesistenza di più livelli che si intrecciano, come può il paesaggio restarne escluso ed essere interpretato come una mera rappresentazione priva di vita?
1 commento:
Cara Caterina,
il centro del suo commento è nel rapporto diverso che si ha con il paesaggio guardando una cartolina o invece esperendolo dal vero. La domanda è interessante. Dal mio punto di vista il concetto stesso di paesaggio esiste solo in quanto esiste la cartolina o per meglio dire una rappresentazione estetica, indi bidimensionale. Se no è naura, è materia, è radiazione.. chiamala come vuoi ma non paesaggio. Non si dà paesaggio senza raffigurazione. Il fattto che questa rappresentazione posa, a differenza di altre, essere esperita fisicamente (CI SI CAMMINA! in un paesaggio) non vuol dire affatto che la coscienza e l'idea stessa di paesaggio non nasca attraverso una proiezione (mentale E bidimensionale!) che è quella della pittura. LA caratteristica chiave e particolare della nozione di pasaggio è questa "condizione" collettiva, condivisa.
Ti segalo comunque il libro di Zagari (mancosu) sul tema, lo cito in nota, costa poco ed è utilissimo a te per continuare a pensarci
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