mercoledì 18 aprile 2007

Sul Paesaggio

Ecco il mio commento al capitolo del libro Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura di A. Saggio intitolato Paesaggio.

Analizziamo la definizione di paesaggio.

Nell’ Enciclopedia Italiana Treccani si legge: “Veduta, panorama; parte del territorio (campestre o montuoso) che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato e che suscita in chi lo contempla particolari impressioni, o si distingue per speciali caratteristiche: un p. squallido, melanconico, ridente, pittoresco; p. invernale, desertico; dalla finestra si vede un p. incantevole; fermarsi ad ammirare il paesaggio. […] ”

Sul De Mauro: “Aspetto di un luogo, di un territorio quando lo si abbraccia con lo sguardo: p. pittoresco, ridente, triste”.

Insomma secondo la definizione ufficiale sembra proprio che il paesaggio sia un oggetto bidimensionale. Non c’è verso di percepirlo in altro modo.

Ma a me questa cosa turba profondamente.

L’architettura e la progettazione più in generale devono avvalersi di una definizione “ufficiosa” che supera e ingloba la prima senza rinnegarla proprio come l’architettura contemporanea ha superato, inglobato, ma mai rinnegato i maestri della modernità.

Il paesaggio in pittura e in fotografia è una cosa, ma quello relativo alla progettazione del territorio -che sia paesaggio naturalistico o paesaggio urbano - è tutta un’altra cosa! Esso nasce, vive, muta, muore, rinasce, e soprattutto interagisce con il fruitore. È un insieme di oggetti tridimensionali dei quali solo l’immagine è bidimensionale. Perché, come insegna qualunque progettista del paesaggio, esso non ha alcun senso senza il punto di vista, cioè senza l’osservatore.

Banalizzando la questione, se fossimo dei turisti a Roma e facessimo una passeggiata per Via dei Fori Imperiali o comprassimo una cartolina che li raffigura, non saremmo in entrambi i casi dei fruitori del paesaggio? Certamente sì; ma mentre nel secondo caso ci limitiamo a guardare una immagine, nel secondo interagiamo con il luogo.

Dunque se per la pittura e la fotografia adottiamo la definizione di p. 45 secondo la quale “l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno per pensare il paesaggio è la sua immagine” perché esso “è figura”, per la progettazione del territorio dovremmo forse adottarne un’altra, in cui l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno per pensare il paesaggio è il suo osservatore, o meglio, il suo fruitore, che rende ancora di più l’idea di qualcosa di interagente.

Se la chiave della progettazione contemporanea è proprio l’interattività, la possibilità di infiniti collegamenti “a rete” e la coesistenza di più livelli che si intrecciano, come può il paesaggio restarne escluso ed essere interpretato come una mera rappresentazione priva di vita?

1 commento:

Antonino Saggio ha detto...

Cara Caterina,
il centro del suo commento è nel rapporto diverso che si ha con il paesaggio guardando una cartolina o invece esperendolo dal vero. La domanda è interessante. Dal mio punto di vista il concetto stesso di paesaggio esiste solo in quanto esiste la cartolina o per meglio dire una rappresentazione estetica, indi bidimensionale. Se no è naura, è materia, è radiazione.. chiamala come vuoi ma non paesaggio. Non si dà paesaggio senza raffigurazione. Il fattto che questa rappresentazione posa, a differenza di altre, essere esperita fisicamente (CI SI CAMMINA! in un paesaggio) non vuol dire affatto che la coscienza e l'idea stessa di paesaggio non nasca attraverso una proiezione (mentale E bidimensionale!) che è quella della pittura. LA caratteristica chiave e particolare della nozione di pasaggio è questa "condizione" collettiva, condivisa.

Ti segalo comunque il libro di Zagari (mancosu) sul tema, lo cito in nota, costa poco ed è utilissimo a te per continuare a pensarci