All’inizio sembrava un discorso dei soliti, di quelli astratti quanto una lezione di fisica tecnica, e per me, che forse sono un po’ troppo materialista, era arduo ascoltarlo. Ma è bastato l’ultimo appunto fatto - quello sul videotelefonino per intenderci - per rovesciare il tutto e rileggere in un’altra ottica la questione. È una cosa tanto banale da risultare geniale. Abbiamo la soluzione davanti agli occhi e nessuno - o quasi - se ne è accorto? Proviamo a schematizzare.
A - la crisi suscita un’estetica di rottura e di cambiamento (Baudrillard)
B - la modernità trasforma la crisi in valore (Bruno Zevi)
C - le architetture che esprimono modernità sono quelle frutto di una crisi cioè che vengono fuori dal confronto col problema di un determinato tempo
D - dopo l’analisi dei casi più rappresentativi nella storia di architetture della crisi, non resta che una sola cosa da chiedersi PRIMA di agire: QUAL’E’
Dunque analizziamo il nostro tempo, i nostri modi di vivere e di pensare; viaggiamo, conosciamo, guardiamo nel futuro, perché dobbiamo risolvere i problemi reali, non quelli stampati sui libri o visti in televisione.
Ecco le 3 domande che sottopongo all’attenzione del corso:
- che significa “paesaggio mentale”?
- la conseguenza di tutto il discorso su modernità/crisi/architettura è che la ricerca architettonica deve andare nella direzione della rottura?
- perché non è possibile avviare esperienze concrete come quella del professor Mockbee in Alabama qui alla Sapienza?
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